mercoledì 22 aprile 2015

Diario di una zombi per bene

Ho fame.
Molta fame.
Sono giorni che vago ma ormai non è rimasto più nulla.
La desolazione più completa. Non so che fare, mi guardo intorno smarrita senza sapere dove andare, preda della fame più cieca. Non ho memoria di me. Non so chi sono.  E questo mi confonde.
Un fumo acre si spande saturando l’aria intorno, m’irrita il naso, poco più in là vedo la fonte di quell’odore. Arranco tra i detriti, in cerca di non so nemmeno io cosa, sono confusa.
Chi sono io? Come mi chiamo? Da dove vengo, e soprattutto cosa ci faccio qui? Perché faccio così fatica a rimettere insieme i pezzi di me?
Che sta succedendo?
Un’autobotte ribaltata e incendiata ostruisce la via. Corpi carbonizzati sono sparsi ovunque, rendono l’aria irrespirabile.
Ho paura.
Paura di ricordare.


Sento che la realtà poco a poco si sta mostrando ai miei occhi ed io ho paura ad accettarla.
Non voglio accettarla. 
Ora ricordo.
Ricordo tutto e la realtà è come un pugno nello stomaco.
Il mondo come lo conoscevo non esiste più.
Un virus.
Un maledetto virus ha distrutto tutto, senza che ce ne accorgessimo, fino a che non è stato troppo tardi. Pochi sono sopravvissuti… Ed io ora me ne rendo conto, guardandomi riflessa in una vetrina, non sono tra questi.
Il mio corpo si sta decomponendo ma nonostante questo cammino e a volte riesco a dire persino due parole…
La FAME però è opprimente, cancella tutti gli altri pensieri. Ho provato a resisterle ma ho fallito miseramente. Più mi oppongo a questo desiderio di carne e sangue, più divento brutale quando cedo.
Mi odio per questo.
Credo di essere stata un essere pensante in passato, che aveva dei diritti e dei doveri, ma ora…
Ora di me non è rimasto più nulla, solo carne putrefatta che ha FAME.
Aggiro il camion e continuo a vagare per questa città, senza una meta. Un rumore attira la mia attenzione; altri come me in cerca di cibo, forse unendomi a loro avrò più fortuna...
Il mio istinto prende il sopravvento sul poco raziocinio che mi è rimasto.
Forse sono così “lucida” rispetto i miei simili perché non sono morta e risorta ma mi sono ammalata e ho cominciato a mutare piano piano. Prima ero un essere umano…
Qualche settimana dopo mi sono tramutata in questa “cosa”.
Non ricordo nemmeno com’è successo, improvvisamente ho perso tutta la mia umanità, ciò che mi muove è solo il desiderio di nutrirmi, carne e sangue.
Il virus è stato subdolo , prima ha infestato i vivi; passando inizialmente per una banale influenza poi, in seguito ad una mutazione ha risvegliato i cadaveri dei morti dell’ultimo anno. Scatenando l’apocalisse.
Infine si è arrestato, nessuno sa come, risparmiando una piccola parte della popolazione.
La mandria si sposta ed io la seguo, il mio io pensante è ridotto ai minimi termini. Mi muove solo l’istinto.
Ho fame. 
Li sento agitati, annusando l’aria capisco perché: carne fresca, sangue. Deglutisco, pregustando il sapore dolce della carne che mi aspetta.
Vorrei resistere… Ma il sapore è dolce… La lingua saetta improvvisa tra le mie labbra decomposte. Mi basta seguire il branco e li vedo. Un piccolo gruppo di umani, ciò che in passato ero anch’io ma ora sono solo cibo.
Ed io ho fame.
Troppa.
Sento il loro respiro affannoso: ci hanno visto.
Provo pena per loro.
Il battito del loro cuore che pulsa il sangue al cervello, la parte più prelibata, schizza alle stelle. Mi attira incredibilmente. I miei pochi scrupoli scompaiono di fronte quel desiderio atavico.
In preda al panico sparano, urlano. Qualcuno di noi cade colpito dai proiettili, la cosa non mi tocca anzi, sono quasi felice, significa più cibo per me; continuo inesorabile verso la fonte di quel sangue pulsante che mi chiama.
Mi avvento sul più piccolo del gruppo, seguita da un paio della mia specie, credo che una volta il mio cervello li chiamasse bambini, ora non m’importa. Affondo i denti nella carne sottile del collo, vicino la giugulare.
Morte istantanea.
Non voglio che soffra! Almeno questo glielo devo. Sento il suo sangue dolce e caldo che m’inonda la bocca. Che sensazione piacevole…
Gli spari sono cessati, gli umani sono morti ed io mi gusto il mio pasto in compagnia, i deboli tentativi della mia preda sono stati zittiti immediatamente dal mio attacco pulito. La sua carne ci sazierà per giorni, forse per mesi, il tempo non ha molto senso nella mia condizione.
Il mio essere si rigenera mentre assaporo il mio cibo, per un attimo mi sembra di essere nuovamente me stessa e provo disgusto.
Vaghi ricordi affiorano…
Voci, visi ma sono troppo nebulosi perché io riesca a metterli a fuoco. Un circolo vizioso:  l’umanità che bramo mi sfugge proprio perché mi nutro di essa.
Il senso di colpa uccide i ricordi.
Finalmente sazia mi alzo, e mi rimetto a vagare. Senza una meta, solo uno scopo: nutrirsi per “sentire” e pagare, per il disgusto di quello che sono diventata, quando i pochi ricordi che ho di ME, affiorano.
Un viso spicca su tutti, lo vedo in diverse fasi della vita, prima infante e poi adolescente, mi sorride...  Una parte di me sorride in risposta.
Vorrei ricordare. Chi sia però, ancora non mi è dato sapere… lo voglio!
È mio! 
Sento il desiderio di possederlo, di strappare le sue carni e nello stesso tempo la ripulsa a quell’istinto, perché ho la certezza che se il mio desiderio si esaudisse ne proverei rimorso.
Perché poi?
Sono passati un po’ di giorni dal mio ultimo pasto. I ricordi vanno e vengono. Il mio cervello si dissolve sempre più.
Il viso nella mia mente mi perseguita.
Si fa nitido e poi nebuloso. Voglio ricordare, ma per farlo devo nutrirmi, mangiare il cervello di altri esseri umani e non voglio.
Non voglio fare questo per riacquistare la mia umanità.
Il prezzo è troppo alto.
Però la FAME è inesorabile. Mi spinge a cercare carne umana, senza che io possa fermarmi.
Cerco sempre di non infettare nessuno.


Ricordo ancora come il virus si è sparso, e non voglio esserne complice per quanto mi è possibile. Li sbrano fino al midollo in modo che delle mie vittime non rimanga nulla che possa rinascere. Ma nonostante la certezza di non creare altri come me, mi sento un mostro.
Sono un mostro, uno zombie. “Merda”.
La mandria di cui faccio parte si sposta rapidamente, quasi con la stessa velocità con cui all’inizio si è sparso il virus che ci ha distrutto.
Siamo nei pressi di quel che resta di un quartiere residenziale, case e strade che una volta brulicavano di vita e ora sono solo scheletri vuoti. In questo paesaggio c’è qualcosa di familiare.
Alberi che mi sembra di ricordare facessero ombra al mio passaggio, odori conosciuti mi spingono verso una palazzina di tre piani, grigia, attorniata da una cancellata di ferro arrugginita e un giardino.
Il viso che tormenta i miei ricordi si fa più vivo che mai.
Qualcuno è barricato all’interno… Questo pensiero mi distrae, la mandria è agitata, lo sono anch’io… “Hummm… Buona… Carne in scatola”.
Un ghigno si stende sulla mia bocca emaciata. Penso che se mi vedessi in uno specchio mi farei paura da sola.
Dobbiamo riuscire a entrare. La FAME si fa opprimente ma la cancellata è solida. Non riusciremo a oltrepassarla, mi volto e vedo altre palazzine di fronte, hanno un libero accesso nessun recinto blocca la via. M’incammino da quella parte, mezza dozzina di noi mi seguono.
Entriamo in una palazzina bassa, di un giallo pallido, scrostato. La luce della portineria va a scatti, l’energia elettrica non se né ancora andata. Le scale sono semi ostruite, ma io riesco ad aprirmi un varco al piano superiore, la FAME mi fa da guida, tre dei nostri mi seguono su per le scale.
Tre porte si aprono sul primo pianerottolo, i miei compagni entrano in quegli appartamenti, io proseguo.
Al secondo piano le porte sono sbarrate ma al terzo una si apre con facilità permettendomi di entrare in un piccolo appartamento. L’interno non so perché mi è familiare.
So esattamente come muovermi. Forse in un’altra vita sono stata qui.
L’odore che mi accoglie è inconfondibile. Urina e feci, misto a un tipico odore di morte, di putrefazione; varco il corridoio deserto e m’inoltro verso la fonte di quella puzza.
Una vecchia ossuta giace su di un letto sporco di feci. Evidentemente è paralizzata da qualche malattia.
È viva.
Lo sento. 
La sua famiglia deve averla abbandonata all’inizio dell’epidemia. Una flebo ormai vuota le penzola dal braccio.
Il bip di un monitor cardiaco è l’unico rumore della stanza. Raggi di un pallido sole filtrano dalla finestra socchiusa, rendono tutto ovattato.
Ho fame, voglio mangiarla, ma non riesco a muovermi, mi limito a squadrare lei e la stanza.
Un cane morto giace ai piedi del letto. Fedele fino alla fine.
Se il mio corpo potesse piangere, credo che ora lo farei, ma dalle mia labbra scappa solo un ringhio di desiderio.
Cibo.
Non posso.
Cibo.
Non voglio.
Cibo.
Nn…
La vecchia è sveglia, i suoi occhi resi ancora più grandi dalla spropositata magrezza, osservano ogni mio movimento. Non c’è paura nel suo sguardo.
Solo profonda rassegnazione e forse…
Forse gratitudine, perché sa che sto per porre fine alle sue sofferenze. La guardo con desiderio, pregustando l’oblio di piacere che mi darà la carne umana, mi avvicino lentamente scavalcando la carcassa del cane:
 “Sharka vieni qui…” un ricordo potente mi inonda il cervello: corse insieme ad un bellissimo pastore tedesco femmina, una pallina rossa, il gelato rubato ad un bambino mentre aspettavamo che il semaforo diventasse verde… Un veterinario che scuote la testa…
Una siringa…
Alzo gli occhi di nuovo di fronte alla mia preda; sono smarrita… I miei occhi bruciano, vorrei saper piangere. La mia preda come intuendo il mio stato d’animo mi fissa negli occhi e con un filo di voce mi dice:
-”t.. ti.. pr.. prego.. fallo..”- un rantolo carico di dolore, credo io, ma forse alle orecchie di qualcun’altro, potrebbe sembrare carico di odio, mi sfugge.
Il mio cervello si spegne del tutto e brama la carne. Mi avvento sulla vecchia, squarciandole la gola, il mio affondo è pulito, prima succhio il sangue che m’inonda la bocca, poi sbrano la carne. Lei con l’ultimo respiro mi dice:
-“gg..grazie”-.
Io mi perdo nell’oblio.
Della vecchia non è rimasto che qualche osso spolpato ed io siedo qui, più in colpa che mai, mentre altri ricordi affiorano impetuosi, vorrei poterli fermare ma non ci riesco.
Le mie mani sfiorano il pelo ispido della carcassa del cane, quasi cercassero conforto in un gesto familiare, vorrei poter guarire ma so che non esiste cura da ciò che sono diventata.
Mi faccio schifo.
Mentre una parte di me si duole della morte della vecchia, un’altra pensa al gusto dolce della carne umana e ne vuole ancora.
Un altro viso spicca nella mia mente, ha lo sguardo dolce, gli occhi azzurri, mi chiama ma non riesco a sentire cosa dice, vedo le sue mani, le sue dita affusolate; afferrano un passante dei miei jeans, mi attira a sé, mi bacia. Chi è?
Ricordo la sua lingua vellutata, il suo fiato dolce che inondava la mia bocca quando ancora ero viva.
Ora non lo sono e un altro desiderio possiede il mio corpo.
La FAME.
Spalanco gli occhi confusa da me stessa. I ricordi di quando ero umana ancora vivi nei miei occhi.
Quanto tempo è passato? Non lo so, improvvisamente sento nuovamente l’impulso a nutrirmi, è ora che lasci questo luogo. Con un’ultima carezza alla carcassa del cane mi alzo malferma sulle gambe.
Esco dall’appartamento e mi avvio lentamente a ritroso sugli stessi passi che mi hanno condotto fin qui. Di nuovo nella piazza mi accorgo che intorno alla cancellata che ha attirato la mia attenzione prima, sì è radunata una bella folla; segno evidente che in quel palazzo si nasconde del cibo succulento.
Mi avviò, le finestre al secondo e terzo piano si spalancano e una pioggia di bottiglie incendiarie piove su di noi; la mandria si sfoltisce, io mi riparo poco distante.
Dall’interno della palazzina sento provenire delle voci: -“ora è il momento buono! Se dobbiamo uscire per fare provviste dobbiamo muoverci!”- la voce che sento è di un uomo, è tesa e affannata, mi sembra familiare.
Escono, abbigliati in uno strano modo, sembrano “imbottiti” il mio cervello in decomposizione finalmente connette: “È una tuta da moto con le protezioni” non so perché ma mi viene da sorridere e un altro ricordo giunge inaspettato.
L’uomo con gli occhi azzurri mi sorride mentre si abbassa la visiera del casco ed io armata di cronometro mi accingo ridendo a prendergli i tempi, mentre gli lancio un bacio di buona fortuna con la mano.
Pagherei oro per sapere chi è, per sapere chi sono io, o meglio chi ero… cosa sono ora?
Quel che è certo è che non dovrei esistere.
Si stanno apprestando per aprire il cancello, sono armati di quelle che mi sembrano essere delle mazze chiodate, sono in due; un uomo e un ragazzo, non li vedo in viso indossano entrambi il casco, però qualcosa nella loro corporatura….
Fa accelerare il battito del mio cuore decomposto, è una sensazione nuova, non la riconosco, non è la fame che mi spinge verso di loro, è qualcosa di più profondo che sento nascere dentro di me, mi blocco.
Li lascio scappare, loro non mi vedono neanche; sono troppo presi nell’uccidere quelli di noi che sono sopravvissuti alla pioggia di fuoco.  Mi sento male, ho fame ma nello stesso momento provo nausea. 
Mi accascio contro la carcassa di un’auto e vado come in trance.
Passano ore?
Giorni?
Non lo so.
Tornando a poco a poco in me, o in quel poco di me che è rimasto alzando lo sguardo noto che c’è di nuovo una piccola mandria nei pressi, sbattono con forza l’inferriata producendo un rumore sordo e continuo sembra quasi un urlo, riusciranno ad entrare prima o poi è solo questione di tempo.
Un’altra grandinata di bottiglie piove dalle finestre e in più i “difensori” escono armati di picche improvvisate e mietono vittime tra quei pochi sopravvissuti che ancora brancolano intorno la cancellata, ma io so che non c’è via d’uscita siamo molti più di loro; è una questione di numeri.
Prima o poi finiranno le scorte e noi prenderemo il sopravvento, il ragazzo che mi sembra familiare si ferma e mi vede, fa segno all’uomo accanto a lui; entrambi rimangono di ghiaccio, vedo le loro labbra muoversi ma tra il crepitio delle fiamme e il resto non riesco a sentire cosa dicono ma ora ho la certezza che sanno chi sono.
Loro sanno chi sono “Cristo!” devo saperlo anch’io.. le mie domande devono avere una risposta se sono arrivata fin qui un motivo ci sarà. Costi quel che costi devo entrare………

Sono spaventati, lo sono anch’io. Li vedo ritirarsi in fretta e furia, l’uomo trascina il ragazzo che sembra opporre resistenza mentre urla qualcosa. “Non sento, cazzo”.
Mi avvicino ma i miei movimenti sono lenti: “ sei uno zombie, remember?” il mio cervello è più sveglio, cazzo penso pure in inglese…. Devo raggiungerli.
Finalmente arrivo al cancello ma di coloro che hanno ridestato il mio essere non c’è traccia. Sono sola, i corpi carbonizzati e trafitti di quelli come me giacciono ai miei piedi, finalmente morti. Non so perché ma mi sento sollevata.
Invece io mi sento più viva che mai, mi avvento sulla cancellata, la scuoto con tutta la forza che ho, ma non cede nemmeno di mezzo centimetro. Mi sento frustrata, vorrei entrare, voglio entrare.
Ma stranamente non è la fame che mi guida, è qualcos’altro di egualmente forte a cui non so dare un nome ma che non lascia scampo.
Che devo fare?
Mi sento tagliata a metà, da un lato sono consapevole che la mia sola esistenza rappresenta un pericolo per tuti coloro a cui voglio bene. Ma d'altronde chi sono coloro a cui voglio bene?.... io non lo so!
Voglio scoprirlo. Incurante di quella voce che si è risvegliata nel mio io che continua a ripetermi: vattene, vattene, è troppo pericoloso, continuo inesorabile a cercare di aprirmi un varco.  Se c’è una cosa che ho capito del mio essere è questa, sono egoista, devo.
Voglio…. Voglio capire chi sono.
Aggrappata  a questa inferriata la mia mente viaggia…. E ricorda… -”Già… CAZZO LE CHIAVI. dimmi che le hai prese tu?... Non possiamo svegliare… …per farci aprire, siamo pure alticci, cazzo di esempio… saremmo dei pessimi genitori “ -
 -“tranquillo amore ho sbagliato a prendere il mazzo, non ho preso quello con le chiavi del cancello, però vedi qui….? Ti farò dormire nel tuo letto stanotte,,,, sempre che tu voglia davvero dormire…”- lo guardo ridendo mentre scaltra infilo il dito indice in una fessura della serratura ed  esclamo sogghignando:-“non guardavi occhi di gatto da piccolo? Che infanzia difficile….”- Lui ride allo scatto della serratura, il cancello si apre.
Eccolo il mio Passepartout, il cancello cigola leggermente mentre si apre di fronte a me, rimango per un attimo immobile, sospesa….. che devo fare? La mia indole egoista si fa prepotente mi spinge a mettere un piede davanti all’altro, a muovermi verso la verità.
Sono entrata. Mi muovo lentamente, cercando di orientarmi, cercando di ricordare chi sono. Il cancello dietro di me sbatte e si riapre, però io non me ne accorgo e entro in questa casa che so di conoscere, sono sempre più lucida, percepisco un odore dolciastro… “umm? P..peperoni e cipolle?” e in lontananza mi giungono ovattate come facessero parte di un sogno delle voci che parlano in inglese.
Salgo i gradini, uno dopo l’altro di questa scala che mi sembra infinita… sono io o il tempo è entrato in circolo?
Mi sembra di non muovermi eppure so che lo sto facendo.. “strano” finalmente sono arrivata di fronte ad una porta, vedo ombre confuse alle mie spalle: “cazzo, cazzo, cazzo, hanno sentito l’odore, e io ho lasciato un varco… merda!” forse una possibilità esiste…

Entro. L’ingresso è buio, solo una luce violetta si intravede, sembra lo sfavillio di un monitor per il resto la stanza è in penombra. Nell’altra stanza una figura si avvicina, non riesco a mettere immediatamente a fuoco, si muove tremolando come se fosse la luce di una candela.
Finalmente lo vedo è il ragazzo che mi ha attirato fin qui; mi guarda con occhi colmi d’orrore stringendo convulsamente un machete tra le mani vedo che è paralizzato dal terrore ma stranamente è lo stesso sentimento che provo io, mi parla, sento la sua voce lontana farsi più forte fino a che capisco un’ unica parola: -“mamma!”-.
“Cazzo, ho capito!! Cristopher, mio figlio il mio bellissimo bambino.” I ricordi sono giunti impetuosi tutti insieme, lasciandomi spossata e anche affamata; è quello che temevo la mia natura mostruosa sta prendendo il sopravvento.
Ma non posso, non devo, non voglio cedere, quello che ho di fronte non è un pezzo di carne qualsiasi: è carne della mia carne, sangue del mio sangue come posso nutrirmene? Arranco verso di lui una parte di me lo vuole abbracciare stringere dirgli che tutto andrà bene, mentre l’altra bè, l’altra cerca solo di fargli abbassare la guardia per ucciderlo meglio. Allungo una mano verso di lui, vorrei almeno sfiorarlo, vedo che dai suoi occhi esce acqua “lacrime, sta piangendo per colpa mia”. Ora so cosa devo fare:
 -“u..uc..ucci..di..mi.. ti.. pr..pre..go”- Cristopher  fa segno di no con la testa, il mio tesoro non vuole uccidermi, deve però non vuole. Tocca me aiutarlo, comincio a grugnire facendo affiorare la mia parte mostruosa, digrigno i denti, scuoto la testa da una parte all’altra per impressionarlo e mi avvicino artigliando l’aria che ci separa “e dai reagisci… Cri … ti prego.. il mio autocontrollo non è infinito” penso sempre più vicino alla sua gola. Finalmente qualcosa scatta in lui vedo il suo braccio armato di machete che si alza: “sono pronta”. Ma non sento il freddo della lama, a dire il vero non sento nulla, tutto è diventato buio che sia questa la morte? Ciò che succede quando la nostra vita a fine?
Solo il buio e nient’altro? L’odore forte e pungente di peperoni che avevo percepito appena varcata la soglia si fa più prepotente, sento una mano che mi scuote, sempre più insistentemente.. ”ma che diavolo?...”
_”mamma, mamma… ohi mà… ti sei addormentata un’altra volta guardando the walking dead!!”-. Apro gli occhi confusa e mi guardo intorno, mi tasto constatando che è tutto a posto, non sono morta. Non sono uno zombie.. menomale, stupido sogno e maledetti peperoni.

Giada Novaresi

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